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L'e-commerce in Italia, tra ritardi e potenzialità

Acquistare e vendere beni e servizi tramite internet è divenuta oramai una pratica di uso comune in molti paesi, meno che in Italia, dove l’e-commerce rimane poco diffuso. Come emerge dalle rilevazioni Eurostat relative al 2015, il valore del commercio elettronico business-to-consumer (cioè tra imprese e consumatori) in Italia si aggira intorno ai 21 miliardi. Rispetto al complesso del mercato europeo, che ha una dimensione di 600 miliardi di euro, l’e-commerce italiano è pari ad appena il 3,6%.

L’utilizzo dell’e-commerce nel paese di origine costituisce da sempre uno stimolo notevole per tutte quelle imprese nazionali che desiderino affacciarsi ai mercati digitali: non a caso infatti le aziende approdano sul web soprattutto se stimolate dalla domanda interna. Inoltre, da una maggiore diffusione dell’e-commerce l’Italia ricaverebbe molteplici vantaggi:

- Nei mercati in cui l’e-commerce è maggiormente diffuso le aziende hanno dimensioni maggiori;

- Aziende più grandi coagulano maggiori investimenti e produzione;

- Aumentano i consumi, grazie ai redditi più alti;

- Un maggiore costo del lavoro non incide sulla competitività internazionale in quanto la produttività si trasforma in fattore compensativo. 

Potenzialmente, il mercato italiano dell’e-commerce B2C potrebbe essere molto più ampio di quello osservato finora. Ad esempio, se le famiglie italiane adottassero una frequenza di acquisto sul web in linea con quello dell’intera Zona Euro, il mercato dell’e-commerce italiano potrebbe sfiorare i 50 miliardi, cioè una volta e mezza i valori registrati nel 2015.

Quali sarebbero, dunque, le azioni più opportune da mettere in campo per favorire la diffusione dell’e-commerce in Italia? Noi di Competere ne abbiamo individuate due, di primaria importanza.

Investire nella formazione digitale. Secondo l’Eurostat ben il 34% degli italiani con un’età compresa tra i 16 e i 29 anni dichiara di non avere competenze digitali sufficienti da permettergli di cercare o cambiare lavoro, contro il 16% della media europea. In poche parole, le imprese devono fare i conti con una forza lavoro, anche di nuovissima generazione, scarsamente formata da scuola e università.

Defiscalizzare. Tra le azioni di politica economica con riflessi più immediati, invece, si dovrebbe affiancare agli strumenti di incentivazione degli investimenti interventi più strategici sul lato della tassazione delle imprese.

In quest’ottica, defiscalizzare parte dei ricavi prodotti dalle vendite online avrebbe il vantaggio, da una parte, di incentivare le aziende a riconvertirsi verso il digitale e, dall’altro, di compensare le imprese domestiche dalla concorrenza dei colossi internazionali, generalmente soggetti ad una pressione fiscale più bassa rispetto a quella italiana. 



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